Dipendenza dai social: quali sono i sintomi e quando una persona può definirsi “a rischio”

Dipendenza dai social: quali sono i sintomi e quando una persona può definirsi “a rischio”

L’avvento della tecnologia ha portato alla comparsa di diverse dipendenze, in primis la dipendenza da internet che comprende diverse forme e sottocategorie: dipendenza dai social network, dal sesso o dal gioco su internet.

Internet è ormai onnipresente nella vita delle persone e la tecnologia contribuisce ad aumentare questo trend: computer portatili sempre più maneggevoli, smartphone e tablet permettono di accedere al web ovunque ci troviamo ed in qualsiasi momento. I social network consentono di comunicare in tempo reale e con qualunque parte del mondo ed uno dei grandi meriti che dobbiamo riconoscergli è senza dubbio quello di aver reso più agevole la comunicazione.

Tuttavia si sta diffondendo una sorte di dipendenza da social network, che come per altre forme di dipendenze, è causa di diversi problemi. Diversi studi affermano che le condotte di uso ed abuso dei social media ed il loro scaturire in forme di dipendenza, sono innescate da meccanismi psicologici e neurologici di piacere, soddisfazione, affettività ed autostima. A livello cerebrale vengono rilasciate sostanze psico-attivanti e a livello mentale si creano meccanismi di ricompensa che portano ad un riutilizzo continuo e sempre maggiore.

Secondo Mark Griffiths, psicologo della Nottingham Trent University, uno dei primi ad effettuare ricerche sul tema, i social media possono provocare dipendenza, e chi ne soffre manifesta gli stessi sintomi comportamentali relazionati ad alcune dipendenze chimiche, quali quella da alcol o da nicotina: cambi d’umore, isolamento sociale, conflitto e ricadute.

La caratteristica principale di una dipendenza è l’impatto distruttivo che può avere sulla vita di una persona. Tuttavia finché si tratta di un semplice passatempo, che non influisce negativamente sulla vita lavorativa o relazionale, in genere non occorre preoccuparsi.

Considerando il fattore tempo Griffiths ritiene che è una variabile fuorviante. La maggior parte degli utenti attivi sul web trascorre infatti sui social media più di due ore al giorno, ma la maggior parte della popolazione non presenta un problema di dipendenza da social. Quindi non è solo il fattore tempo a stabilire se queste piattaforme stanno causando malessere psicologico. Ma che cos’è, allora?

Nella prima revisione scientifica sulle ricadute psicologiche dei social media, Griffiths ha sostenuto che gli estroversi usano i social network per il proprio miglioramento sociale mentre gli introversi li utilizzano come forma di compensazione. “Siccome alimentano il circuito cerebrale della ricompensa, possono essere usati come forma di consolazione per stati di umore altalenanti, e arrivare così a causare dipendenza psicologica”. È perciò il contesto in cui vengono utilizzati e non tanto il tempo che vi trascorriamo a determinare la loro pericolosità.

Gli utenti più a rischio. Donna, single e giovane, con bassi livelli di istruzione, di reddito e di autostima. E’ questo l’identikit emerso da uno studio svolto nel 2017 su oltre 23 mila norvegesi.

L’origine della necessità compulsiva di postare e leggere le bacheche altrui non è ancora chiara: secondo alcuni potrebbe derivare dalla paura di “restare tagliati fuori” o potrebbe essere legata alla dipendenza da smartphone. I dati però sono ancora troppo pochi e sbilanciati su Facebook, nonostante secondo ricerche recenti è Instagram il social più pericoloso per la salute mentale, soprattutto tra gli adolescenti.

Mentre gli esperti si interrogano sull’esistenza o meno della dipendenza da social, la scienza si divide sulle conseguenze del tempo trascorso nelle comunità virtuali. Da alcune ricerche è emerso che i giovani che trascorrono sui social più di due ore al giorno rischiano di soffrire di disturbi mentali. Altri studi hanno dimostrato che esiste un legame preciso e diretto tra social media e depressione.

Il lato positivo. Non tutte le ricerche forniscono un ritratto negativo dei social. Uno studio effettuato nel 2017 ha sostenuto che, fino a un certo punto, favoriscono il benessere psicologico in quanto fanno sentire connessi, al passo con i tempi e non tagliati fuori. Secondo Andrew Przybylski dell’Università di Oxford, uno degli autori, l’uso dei social “fino a un certo punto sembra far naturalmente parte della giovinezza, e non diventa distruttivo fino a che non si inizia a trascorrervi cinque, sei, sette ore”.

La variabile tempo. Come far capire agli utenti che il tempo sui social, e forse, anche il contesto, sta diventando troppo? Secondo lo studio un’alternativa è quella di inviare un messaggio sullo schermo di smartphone o pc che confronti il comportamento degli utenti con quello dell’utente medio, senza contenersi però da un giudizio negativo sulla persona. Ad esempio un adolescente che alle 3 di mattina accede a Instagram, potrebbe vedersi notificare che a quell’ora, solo il 3% dei coetanei è online. Questo tipo di segnalazioni, utilizzate con chi soffre di dipendenza da gioco d’azzardo, ha ottenuto finora buoni risultati.

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