In soli due anni il numero di brevetti dell’Unibo è aumentato dell’85%

In soli due anni il numero di brevetti dell’Unibo è aumentato dell’85%

Sono stati 370 i brevetti che in due anni sono stati originati e partoriti da una cinquantina di idee, che chiamiamo ‘famiglie di brevetti’, e che stanno crescendo al ritmo di venti all’anno Da una singola invenzione possono derivare diversi progetti da provare a spingere sul mercato, certificandoli”, ha sottolineato il prorettore per la ricerca dell’Alma Mater, Antonino Rotolo.

Durante il biennio 2015-2017 dalle aule, dai laboratori e dalle biblioteche dell’Unibo sono usciti 370 brevetti, aumentati nel giro di due anni dell’85% (+170), e che, secondo le previsioni, continuerà a crescere durante quest’anno. Sono infatti sempre più numerosi

gli studenti, i dottorandi ed i ricercatori dell’Università di Bologna, che tentano di uscire dal mondo accademico col sogno di vedere trasformati i propri studi in un progetto direttamente spendibile sul mercato.

Ogni brevetto, generato da diverse idee, è diviso per area: agro-alimentare, chimica e biotecnologica, farmaceutica, ingegneria medica, meccanica ed edile, elettrica ed elettronica e varietà vegetali. Tra questi “il concentratore solare a base di silicio che permette di raccogliere energia senza utilizzare materiali tossici”, la “macchina che prepara bevande calde in maniera sostenibile”, “occhiali per la realtà aumentata in grado di proiettare nel campo visivo dell’operatore di area sanitaria dati, informazioni ed immagini statiche o dinamiche”, una nuova “terapia per il morbo di Alzheimer”, “uno strumento portatile per conoscere la qualità del prodotto agricolo che si ha in mano”.
Tutte le  innovazioni sono seguite da Aric, un’unità dell’ateneo creata appositamente al fine  di monitorare l’intero percorso della valorizzazione della proprietà intellettuale.

Il brevetto è uno strumento che ha diverse finalità; è una forma di protezione, ma anche di valorizzazione. Come Ateneo stiamo mettendo in campo varie dinamiche: il brevetto da un lato rimane all’Università e lo valorizziamo attraverso contratti di licenza con aziende interessate ad utilizzarlo. Di fatto l’idea rimane nostra, ma le imprese ci pagano per sviluppare e industrializzare i singoli progetti dei nostri ricercatori, per poi impiegarli a seconda delle loro necessità. Dall’altro lato c’è anche l’opzione spin-off”, ha spiegato Rotolo.

In questo modo gli stessi studiosi possono unirsi per creare delle piccole società di capitali, basando il proprio business sulle loro attività di ricerca nate direttamente nell’Ateneo, e dove la stessa Università partecipa in qualità di socio.

Riconoscimenti internazionali: l’esempio MiaMed.

Questa spin-off dell’Università di Bologna è stata acquisita per 6,5 milioni di dollari, tra cash e azioni, da Amicus Therapeutics, una multinazionale biotech degli Stati Uniti. MiaMed è nata per sviluppare un’innovativa terapia proteica per la cura della sindrome CDKL5, rara malattia degenerativa che colpisce un nuovo nato ogni 10mila, nei primi anni di vita, arrecando gravissimi disturbi neurologici progressivi.

In questi mesi stiamo anche lavorando e investendo per estendere i nostri brevetti, soprattutto quelli più importanti, a livello internazionale. Già 40 sono stati riconosciuti dagli Stati Uniti, 29 in Europa, mentre ne contiamo circa 25 a livello internazionale”.

I progetti a livello umanistico

Lo scorso anno l’Alma Mater ha registrato una crescita del 16% di progetti provenienti da Lettere e Beni culturali, al terzo posto dopo le scuole di Ingegneria e Economia, e un +10% dai progetti di Scienze Politiche, per un totale di un buon 15% in più di idee culturali in dodici mesi.
Negli ultimi anni dalle scuole più umanistiche-sociali sono usciti quattro spin-off, non accompagnati da brevetti perché queste idee non hanno bisogno di una protezione specifica, che hanno sviluppato a tutti gli effetti un know-how imprenditoriale”.

Nonostante gli ottimi risultati ed i riconoscimenti, Rotolo, tiene a sottolineare che non bisogna dimenticare quello che è e continua ad essere il ruolo dell’Ateneo. “Vogliamo aiutare i ricercatori a ripensare anche su un piano economico ciò che stanno progettando, ma non bisogna dimenticarci che l’università non è un’azienda. Il nostro compito non è quello di fare business, ma di aiutare le buone idee a prendere il volo”.

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